DOMENICA DI PASQUA – RISURREZIONE DEL SIGNORE

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DOMENICA DI PASQUA – RISURREZIONE DEL SIGNORE

DOMENICA DI PASQUA, SOLENNITÀ DELLA RESURREZIONE DEL SIGNORE

 

 

“Cristo è risorto”. Qui si afferma qualcosa di prodigioso: Gesù di Nazaret, il Maestro, colui nel quale molti avevano ravvisato il Messia, e che era stato condotto alla morte dai suoi avversari, è risorto nuovamente alla vita. Questa vita distrutta, crollata nella morte, s’è destata un’altra volta in uno stato nuovo, trasformato.

Il nostro sentimento si schernisce contro questa pretesa di fede. Ciò che viene affermato qui è qualcosa di inaudito e il sentimento immediato vi ha certo sempre resistito. Eppure il cristianesimo è indissolubilmente legato con la fede nella resurrezione di Gesù.

Paolo esprime questa realtà autentica con le parole: “se Cristo non è risorto, la nostra fede è vana…allora noi siamo i più miserabili tra tutti gli uomini!” (1Cor 15, 17-19). Qui siamo posti davanti a un aut-aut, che è radicale. Finché prendiamo come parametro noi stessi, la nostra esistenza umana quale essa è, il mondo come sussiste per noi, la modalità in cui procedono il nostro pensare e sentire e da quella prospettiva giudichiamo Gesù Cristo, allora siamo costretti a considerare la fede nella risurrezione come un risultato di determinate scosse religiose, come un prodotto della comunità nei suoi inizi, ma ciò significa come illusione, inganno. Accogliamo, invece, i criteri, a norma dei quali si deve pensare a Cristo, dalla sua stessa figura. Siamo disposti ad apprendere che egli non fa avanzare il mondo con valori e forze più nobili o più interiori, ma che con lui ha inizio l’esistenza nuova. Attuiamo quella rotazione dell’asse, che si chiama appunto “fede” e secondo la quale non si riflette su Cristo muovendo dal mondo, ma, partendo da lui, su tutto il resto proclamando che Cristo è risorto, la resurrezione è possibile e la sua resurrezione è il fondamento del mondo vero.

Eppure i discepoli hanno contemplato il Signore vero. Come realtà che era nel mondo e tuttavia non apparteneva ad esso. Inserito negli ordinamenti di questo mondo, ma signore sulle sue leggi. Contemplare Il Cristo risorto costituiva certo uno sconvolgimento di tutto ciò che era abituale. Nei racconti delle apparizioni si dice con insistenza continua che il Cristo risorto era del tutto diverso da prima della morte e dagli uomini in genere. Il suo essere nelle narrazioni ha qualcosa di estraneo. Il suo avvicinarsi scuote, riempie di timore.

Le limitazioni della corporeità per lui non sussistono più. Egli si muove con una libertà nuova, impossibile sulla terra. Al tempo stesso però si sottolinea pure che egli è il reale Gesù di Nazaret. Non un’apparizione, ma il Signore con la sua presenza corporea, che un tempo è vissuto con i suoi. La storia dell’apostolo Tommaso, ad esempio, ci fa condividere l’esperienza vissuta di questa fisicità. Ma il Signore è trasformato. Egli vive diversamente da prima. La sua esistenza è incomprensibile, contraddistinta da una nuova possanza dello spirito, proviene totalmente dalla sfera divina e continuamente si reimmerge in essa. Tuttavia è corporea, contiene Gesù intero, il suo essere, il suo carattere. Anzi, espressa nelle ferite, contiene tutta la sua vita vissuta, il suo destino sperimentato, la sua passione e la sua morte.

Nulla è abolito; niente è abbandonato nella parvenza insostanziale. Tutto è realtà afferrabile, seppure trasformata. Non è una pura esperienza di vita dei discepoli, ma ha consistenza in sé. Non è una spiritualità svincolata ma lo spirito, che vive nello Spirito Santo, ha pervaso tutto, la vita intera, anche il corpo. Questa esistenza forma addirittura il compimento, la pienezza della corporeità, tanto che si potrebbe dire che è interamente compiuto quel corpo il quale è assunto interamente nello spirito. Ciò che significa “corpo” si fa chiaro solo nella risurrezione e trasfigurazione gloriosa. È interessante notare una cosa: chi è tra gli apostoli colui che accentua con più forza la corporeità del Risorto? Colui che ha parlato con maggior energia del divino in Gesù, Giovanni. Contro lo spiritualismo pagano e semicristiano degli gnostici, che iniziava ad infiltrarsi tra le fila dei cristiani, Giovanni dice: Dio si è fatto uomo e tale rimane per l’eternità. Ma a cosa interessa a noi moderni questo spiritualismo gnostico?

Moltissimo! Tutta l’età moderna è riempita dell’inganno dello “spirituale”. Essa tenta continuamente di eliminare la risurrezione come illusione; di considerare la divinità di Gesù come esperienza vissuta di tipo religioso, la figura del Risorto come creazione della devozione della comunità, e così di separare il Cristo della fede dal Gesù della realtà. Ciò è esattamente lo stesso che intendevano gli gnostici, esprimendolo in forma mitologica. Contro queste escogitazioni, Giovanni ha eretto due grandi lapidi di confine. La prima è: “Il Verbo si è fatto carne” (Gv 1,14). Non solo disceso in una persona umana, ma entrata nella sua esistenza; così che questa figura era al tempo stesso divina e umana; quanto essa faceva, era atto di Dio; ciò che le accadeva, era destino di Dio; sussisteva una identità inseparabile dell’esistenza, della responsabilità, della dignità. E solo affinché nulla in verità sia spiritualizzato, egli non si accontenta di dire: “Il Verbo si è fatto uomo”, ma acutizza l’affermazione fin quasi all’insopportabilità: “si è fatto carne”. La seconda pietra di confine è che Gesù è risorto. Non è stato solo conservato nella memoria dei suoi, non continua soltanto ad operare nella storia mediante i poteri della sua parola e della sua azione, ma vive in una realtà divina e umana, spirituale e corporea. Certo mutato; trasfigurato nella gloria. Il Figlio di Dio non ha rimosso da sé la sua natura umana, bensì l’ha assunta in sé entro l’eterna gloria manifesta. Entro quell’essenza di cui discorre

san Paolo quando dice che Gesù “siede nei cieli alla destra del Padre” (Ef 1, 20 e Rm 8, 34). In questa modalità d’essere del Figlio di Dio la sua umanità è stata assunta e ne è partecipe in eterno.

Chi è dunque Dio? L’infinito, Onnipotente, Eterno. Che cosa deve avere in comune egli con un essere umano? Già l’incarnazione in verità non si può comprendere. Ma se la accettiamo e in essa vediamo l’opera di un inconcepibile amore, non potrebbero allora essere sufficienti vita e morte? Perché dover credere ancora che questo piccolo frammento di creazione è assunto nell’eternità dell’esistenza di Dio? Che cosa deve compiervi? Perché il Logos non scuote da sé quel pulviscolo e non torna nella pura chiarezza del suo libero essere divino? Ma allora com’è Dio se dev’essere possibile qualcosa come la resurrezione e in seguito l’ascensione al cielo e l’essere assiso alla destra del Padre?

Nella resurrezione, nell’ascensione al cielo e nel troneggiare eterno dell’Uomo-Dio, si rivela Dio. Dio invece è quale appare nella risurrezione. Quando ci sforziamo di comprendere la figura di Cristo e di pensare da quella prospettiva, siamo portati davanti alla scelta o di riapprendere in modo mutato su Dio, di accogliere una nuova rappresentazione di lui e di entrare in una nuova relazione con lui, oppure dissolvere Cristo e farne un puro uomo, per quanto possente… Ma anche sull’uomo dobbiamo necessariamente reimparare in modo cambiato. La direzione deve essere rovesciata pure nella sua immagine e nel suo senso. Non più: l’uomo è quale appare a partire dal mondo; pertanto questo essere umano non può sedere alla destra del Padre, ma: poiché dalla Rivelazione sperimentiamo che questa elevazione c’è, l’uomo dev’essere qualcosa d’altro da quanto pensavamo. Dobbiamo imparare che Dio è in modo altro dall’“Essere supremo”, è molto “umano”; e apprendere che l’uomo è più che “puro uomo”, ma invece con la sommità del suo essere ascende nell’ignoto e riceve l’ultima definizione soltanto dalla risurrezione.

Solo la risurrezione reca l’ultima chiarezza su ciò che significa redenzione. Non solo ci è rivelato chi è Dio, chi siamo noi stessi, ma qualcosa di più grande, o di più corporeamente caratterizzato; redenzione significa che la potenza d’amore di Dio, che foggia a nuovo, afferra il nostro essere vivo. Realtà dunque, non solo idea, senso intenzionale, direzione della vita. Redenzione è il secondo inizio divino dopo il primo della creazione. Alla domanda: “che cosa è redenzione?” la risposta dovrebbe essere: il Signore risorto. Egli, nella sua esistenza corporea, nella sua umanità trasfigurata nella gloria, egli è il mondo redento. Perciò lo si chiama “primogenito di tutta la creazione” (Col 1, 15). In lui la creazione è elevata e immersa nell’eterna esistenza di Dio. E ora egli si trova nel mondo come principio indistruttibile. Egli vi opera come incandescenza di fuoco acceso, che continua ad ardere; come portale che trae all’interno di sé; coma via viva, che chiama a percorrerla. Tutto deve essere coinvolto dentro di lui alla partecipazione della sua trasfigurazione nella gloria.

Dobbiamo ricostruire diversamente l’immagine della redenzione che abbiamo. Portiamo in noi ancora il razionalismo, che colloca la redenzione solo nello “spirituale”, cioè però nella dimensione del pensiero, dell’orientamento intenzionale, del moto dell’animo. Dobbiamo imparare a concepire lo spessore divino di realtà che spetta alla redenzione. Essa si riferisce all’esistenza; all’uomo, alla sua realtà Così risulta chiaro pure cosa significhi sacramento. Non si avverte forse già un’obiezione interiore contro l’Eucarestia? Non abbiamo già condiviso il sentire di coloro che protestavano a Cafarnao, e si chiedevano: “Come può costui darci da mangiare la sua carne”? (Gv 6, 25). Che cosa dovrebbe essere questo “corpo e sangue di Cristo”? Perché non la “verità” e l’“amore di Cristo”? Memoriale del Signore, bene; ma perché mediante l’atto di mangiare il suo corpo e di bere il suo sangue? Perché non attraverso un far memoria nella dignità e purezza dello spirito? Perché la carne e il sangue del Signore, perché il suo corpo risorto, perché la sua umanità trasfigurata nella gloria sono la redenzione! Perché nell’Eucaristia si compie sempre rinnovatamente la partecipazione a questa realtà umano-divina gloriosa. Perché il mangiare il suo corpo e bere il suo sangue è la medicina dell’immortalità, come dicono i Padri greci, d’una vita non “spirituale” ma di quella psicofisica umana, assunta entro la pienezza di Dio. Credere nella risurrezione, in questo “nuovo” vero che è accaduto e che accade, significa porsi rispetto a Cristo in modo tale che egli divenga fondamento della vita, criterio e forza. In quale misura questo accade, dipende dalla fedeltà e dalla forza di sacrificio (che ci si dà da se stessi, ma che innanzitutto Cristo ci accorda). Perciò più che dire di essere cristiani, dovremmo cercare di divenire tali. Nella misura in cui questo si realizza, ci si apre la porta dell’esistenza. Veniamo coinvoltI da quel trapasso, da qual movimento verso l’alto, che si compie costantemente in Cristo.

Francesco Morgese
seminarista III anno

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