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VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

«NON SONO VENUTO AD ABOLIRE, MA A DARE PIENO COMPIMENTO» (Mt 5, 17)

 

Commento di Giuseppe Acquaviva, I anno

 

 

In questa sesta domenica del tempo ordinario, la liturgia della Parola ci viene incontro e continua a parlare al nostro tempo e alla nostra storia. Dopo aver riflettuto sulle Beatitudini come l’espressione del discepolato che trova la sua realizzazione quanto più completa è la dedizione al servizio da parte del discepolo stesso, e dopo essere stati definiti “sale della terra” e “luce del mondo” nel momento in cui si continua a portare il gusto di Cristo stesso nella nostra vita e nelle nostre opere, il Signore Gesù ci chiede di andare ancora di più al cuore: ci chiede di vivere la giustizia! Se infatti ci si approccia al Vangelo di questa domenica in maniera superficiale, ci può capitare di non riconoscere la chiave di lettura giusta e di considerare invece solo le parole che, dal significato apparentemente facile, riusciamo subito a percepire. Sono da tenere bene in considerazione due preoccupazioni che sono a fondo della stesura del Vangelo da parte dell’evangelista. Matteo infatti sa bene che bisogna contrastare una opinione falsa che ritiene che Gesù, date le sue opere, anche a noi apparentemente differenti dalla legge, sia venuto ad abrogare la legge, mentre invece Egli, come ci vien detto, è venuto «a dare pieno compimento».
Ricordiamo infatti come Gesù sia un ebreo osservante. Ma allora cos’è che cambia tra la legge, a nostro avviso molto dura e complicata, e le opere di Gesù, che invece ci sembrano molto differenti da essa?
In realtà, se Gesù fosse venuto ad abrogare la legge, non l’avrebbe più tenuta in considerazione, per esempio non citandola mai, ma questo non accade. Gesù cita perfettamente la legge, la Torah, sia scritta che orale, ma va oltre: un oltre che in realtà è andare in profondità, alla genesi della volontà di Dio. La Torah non è qualcosa da prendere in modo monolitico e letterale, ma è da considerarsi in una gerarchia di verità. Questo lo si potrà vedere anche dopo, quando, al capitolo 23, Gesù arriverà a dire: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà.
Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle». Ma se mi metto a fare osservanze religiose, fini a se stesse e mi dimentico di ciò che è veramente essenziale e che è il volto dell’altro starò solamente facendo attivismo. Ecco che quindi mettere al giusto posto i tanti precetti, scavare in profondità fino ad arrivare alla loro radice e far prevalere tra essi una gerarchia di verità, sembrano essere i criteri che dalle stesse opere di Gesù possiamo ricavare per poter vivere quel fine, che racchiude la legge e volontà di Dio: l’agàpe, la carità. Con quel «Ma io vi dico», Gesù inasprisce, scardina andando in profondità.
Ci invita a mostrare un cuore completamente al di fuori delle aspettative, un cuore che sappia essere originale nell’amore, un cuore conformato al Suo. Sembra sentire le sue parole che ci spronano a mostrare all’altro quella luce che va davvero più in profondità rispetto al semplice comando della legge. Ecco che il criterio dell’agàpe è il metodo più concreto per compiere la scrittura.
Noi, da parte nostra, non dobbiamo far altro che seguire l’insegnamento più grande che è la vita stessa di Gesù per non essere poi «giudicati minimi nel regno dei cieli». Lui infatti ci avvisa: «se la vostra giustizia non sorpasserà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5, 20).Egli stesso poi, ci fa alcuni esempi, nei quali tutti potremmo vederci benissimo. Fiduciosi nella sua Misericordia avremmo tutti bisogno di un buon esame di coscienza!

Donaci Signore l’attenzione giusta
al cuore del tuo messaggio evangelico,
perché possa nascere in noi l’unità,
la coerenza tra il dire e il fare,
tra il parlare e il sentire.
E quando avremo sbagliato,
aiutaci a capire
come la riconciliazione, è una priorità!
Aiutaci a lasciare li,
davanti all’altare,
i nostri doni, i nostri sguardi malvagi,
i nostri ripudi e le nostre meschine promesse
perché prima possiamo riconciliarci con il nostro prossimo,
il luogo che è Tua immagine.
L’agàpe è la legge più giusta che Tu ci potessi dare.

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