Ricchiuti nell’omelia di ordinazione: «Gesù continua ad accarezzarci e darci fiducia e coraggio»

TRASFIGURARSI… IN CRISTO!

 

Omelia

per l’Ordinazione Presbiterale

del Diacono Paolo Vito DANTILE

Santuario Maria SS. del Buoncammino in Altamura

6 agosto 2020

Festa della Trasfigurazione del Signore

 

Sorelle e fratelli carissimi,

 

  1. la Festa della Trasfigurazione del Signore è davvero per la Chiesa una giornata luminosa. E di questa luminosità avremmo anche goduto visivamente, nella “chiesa a cielo aperto” dell’anfiteatro del Centro Giovanile “Benedetto XIII”, per una luminosità ancora più forte, a motivo dell’Ordinazione Presbiterale del nostro diacono Paolo Dantile, se le condizioni atmosferiche non ci avessero suggerito di radunarci in questo Santuario nuovo di Maria SS. del Buoncammino. Benvenute e benvenuti a tutti voi!

Saluto, in particolare, i fratelli vescovi Mario e Giacinto, i Presbiteri diocesani e religiosi, gli amici di Seminario di Paolo (un particolare e grato saluto al Rettore del Seminario Regionale di Molfetta, Mons. Gianni Caliandro, e ai formatori qui presenti) i Diaconi, le Religiose, i Sindaci di …, le parrocchie – di origine, di tirocinio pastorale e di ministero diaconale di Paolo – papà, mamma e sorella di Paolo, e quanti stanno seguendo questa celebrazione attraverso l’emittente televisiva Canale2 TV: grazie per la vostra presenza festosa e orante!

 

  1. Desidero, oggi, partire da due domande, in riferimento a quanto stiamo celebrando:
  • Qual è il significato profondo, per la Chiesa, della Trasfigurazione del Signore?
  • E tu, carissimo Paolo, a pochi minuti dall’imposizione delle mie mani e dall’unzione delle tue mani, che prete vorrai essere?

I brani della Sacra Scrittura – mi riferisco al racconto evangelico di Matteo della Trasfigurazione (17, 1-9) e al ricordo di quell’evento da parte di Pietro nella sua seconda lettera (1, 16-19) – fanno pensare ad un momento davvero decisivo, sia per la rivelazione dell’identità di Gesù, sia per le reazioni di Pietro, Giacomo e Giovanni, sia, infine, per la modalità di fare memoria nella vita cristiana di quella straordinaria “metamorfosi” del Rabbì di Nazareth.

Vagavano un po’ nel buio i discepoli, tra adesione entusiastica e domanda; una, in particolare, cui non sempre trovavano una risposta sicura: Maestro, ma tu chi sei veramente?

Quel giorno, la risposta perviene da Dio, Padre Suo, che su quel monte alto, il Tabor, con la sua “potenza”, perché nulla Gli è impossibile, Lo trasfigura in un abbagliante fascio di luce, convoca accanto a Lui Mosè ed Elia e, mentre Pietro – a nome dei suoi amici – dice a Gesù di prolungare per sempre quel momento così bello, tutto e tutti sono avvolti da una nube di luce; e Gesù viene indicato dalla voce del Padre come “il Figlio amatissimo”, guardato con occhi di amore. Ma è anche il Figlio che va ascoltato, senza “se” e senza “ma”. Una rilettura cristologica di figure, di eventi e di parole evocanti l’Esodo, con l’affermazione nuova che Gesù è davvero la figura decisiva per la salvezza dell’umanità.

 

  1. Ieri come oggi, anche noi siamo assaliti da un certo timore e spavento di fronte a questa “apocalisse”, cioè a questa straordinaria rivelazione di Gesù come Figlio di Dio, Messia atteso, Signore della storia, che continua però ad accarezzarci e ad invitarci ad avere fiducia e coraggio!

Favole artificiosamente inventate, cui andar dietro (cfr. 2Pt 1, 16), o esperienza vissuta e testimoniata, quella della Trasfigurazione? La risposta è nell’appassionato ricordo di Pietro, testimone oculare, insieme a Giacomo e Giovanni, del volto del Maestro simile al sole e delle Sue vesti del colore della luce. E, soprattutto, nelle loro orecchie “la voce”, che discendeva dal cielo a circondare di grandezza, di onore e di gloria il Signore Gesù.

Quella voce, che discende dal cielo, non è forse, sorelle e fratelli carissimi, la Parola, il Logos, il Verbo incarnato nella storia, che ha posto la sua tenda in mezzo a noi? L’esperienza di Pietro, Giacomo e Giovanni non può non prolungarsi, oggi, nella vita della Chiesa, invitata semplicemente – e prima di ogni cosa – a contemplare il Suo Signore, Risorto e Vivente (la Trasfigurazione anticipa quel momento decisivo per la fede cristiana!) e a mettersi in ascolto del Vangelo, per un suo annuncio fedele, gioioso, audace e profetico.

Profetico, sì, perché se non ci si “trasfigura”, se non ci si trasforma in Cristo, se il battesimo non genera in noi una “rinnovata creatura”, non potremo contribuire, come Popolo di Dio in cammino nella storia, a trasformare tante realtà ecclesiali e sociali “sfigurate” dalla mancanza di spiritualità e di fraternità, dalla violenza, dalle ingiustizie sociali, dalle discriminazioni e da ogni scelta che offende la dignità della persona.

Siamo attesi da “un cielo nuovo ed una terra nuova”! Per questo, ritorniamo ad impegnarci, affinché il “già” dell’attesa non produca in noi stanchezza e sfiducia, ma generi il desiderio fortissimo del “non ancora”!

 

  1. Ed ora, lascio idealmente la parola a te, carissimo diacono Paolo, che stai per essere ordinato Presbitero davanti al tuo Vescovo e a questa cara assemblea liturgica, che qui rappresenta la nostra amata Chiesa diocesana.

Alla domanda di cui sopra – che prete vorrai essere? – tu, in qualche modo, hai risposto con le parole pronunciate da Papa Francesco in occasione del Giubileo dei Sacerdoti, riportate nel tuo biglietto di invito: “Così anche il sacerdote di Cristo: egli è unto per il popolo, non per scegliere i propri progetti, ma per essere vicino alla gente concreta che Dio, per mezzo della Chiesa, gli ha affidato. Nessuno è escluso dal suo cuore, dalla sua preghiera e dal suo sorriso”.

Avrei e avremmo tante cose da augurarti, da dirti e da raccomandarti, in un giorno che, se completa un lungo cammino di discernimento, allo stesso tempo ne apre un altro – te lo possiamo dire, ormai, come tuoi Confratelli – ricco di sorprese, di gioie e di sofferenze, di entusiasmi pastorali e di risposte deludenti, di consensi sinceri e di dissenso o, peggio, di indifferenza verso la tua scelta di vita.

Ma tu sei un giovane adulto e, quindi, disponibile a seguire il Signore, prima di tutto; persino, prima di servirLo, disponibile ad andare dietro di Lui (non dimenticare mai questo avverbio di luogo!), ad amarLo più di quanto tu possa amare gli altri, ad essere davvero un alter Christus: non chiuso dentro un’aurea di sacralità rituale e individualistica, ma incamminato sui passi del Maestro e Signore Gesù, con mitezza, umiltà, povertà, con il cuore indiviso e obbediente alla Chiesa! E tutto questo, per sempre, senza mai voltarti indietro.

La tua Ordinazione Presbiterale, carissimo Paolo, coincide con la Trasfigurazione del Signore: imprimi nella tua esistenza di cristiano e di prete il senso di questo evento, su cui abbiamo meditato qualche momento fa! Lasciati “trasfigurare” da Gesù e trasfigura anche tu, con il tuo ministero, le persone e le realtà che ti saranno affidate!

Questo Popolo di Dio si attende molto dal tuo servizio presbiterale: comunione con il tuo Vescovo e con i tuoi nuovi fratelli Presbiteri, gioiosa e infaticabile dedizione, amore per i poveri, ma soprattutto che tu sia uomo di Dio.

 

  1. In conclusione, faccio mie le parole che San Paolo VI – che proprio in questo giorno, 6 agosto 1978, andava incontro al Signore – pronunciò il 14 novembre 1957, quando era Arcivescovo di Milano, parlando ai seminaristi: “Ricordiamoci bene: un sacerdozio calmo non è un sacerdozio vero; un apostolato tranquillo non è un apostolato moderno; una forma di vita ecclesiastica comoda non interpreta né il genio del Vangelo, né il bisogno dei tempi! Siamo dei candidati ad una vita affannata, ad una vita tesa, ad una vita sacrificata”.

Con l’augurio che chiunque ti incontri, caro don Paolo, veda in te il servo di Cristo e l’amministratore fedele dei doni di Dio, davanti al quale noi suoi ministri, a suo tempo, ne risponderemo.

Intercedano per te e per noi tutti la Beata Vergine Maria e i nostri Santi Patroni.

Amen! Così sia!

 

X Giovanni, Vescovo

 

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